venerdì 3 ottobre 2008

Breve reportage di una ventenne alle prese con la Cina

uomo in una sala da te`a Shanghai
Gente ovunque, frenesia e confusione totale, tassisti regolari e abusivi con enormi macchine nere dai vetri oscurati da fare invidia a qualsiasi set cinematografico di ambientazione mafiosa: è questo lo scenario che ti si presenta davanti agli occhi appena esci dall’aeroporto di Beijing, Pechino per noi occidentali o Shanghai.
Subito l’impatto con la Grande Cina dai mille volti è forte e ciò che emerge istantaneamente è la sovrappopolazione.
Biciclette ti sfrecciano accanto ad una velocità quasi convulsa, seguite da carretti, auto e qualsiasi tipo di catorcio provvisto di ruote e se non vieni investito nel giro di quindici minuti, puoi credere ai miracoli! Tra pedoni e mezzi il caos è assicurato.
Ma alla Cina febbrile e sregolata se ne contrappone una fatta di “taijiquan” e pratiche del corretto respiro e di rilassate partite a “mahjong” (paragonabile al nostro domino), bevendo una tazza di tè al gelsomino o ai crisantemi.
Il turista occidentale che si trova catapultato in una realtà ben diversa da quella in cui è abituato a vivere, non può non restare sbigottito di fronte agli enormi grattacieli futuristici, al vortice consumistico che sta spazzando via alla velocità della luce ciò che resta dell’antica Cina dei film di Bertolucci o di Zhang Yimou.
E ancora una volta il contrasto tra il vecchio e il nuovo è disarmante.
Si può infatti ammirare una splendida pagoda di epoca Tang accanto ad un palazzone avveniristico, o una bottega che vende radici di ginseng ed erbe essiccate per la medicina tradizionale accanto ad una boutique di Gucci. E sarebbero solo pochi degli esempi che fanno della Cina il Paese delle contraddizioni.
Fuori dalle città illuminate dalle bizzarre insegne a neon, ci si imbatte in villaggi di campagna nei quali il tempo pare essersi fermato o perso nella notte dei tempi e in cui avere una televisione in bianco e nero o la sola elettricità è un lusso di pochi.
Imbarazzante è poi sentire gli occhi addosso dei cinesi quando un “lao wai" (termine che significa "straniero", in cui "lao" significa "vecchio", ma indica rispetto verso chi non si conosce e "wai" significa "fuori, esterno") passa per la strada; occhi impenetrabili ed enigmatici, forse per la loro forma come una fessura, forse per una diffidenza innata nei confronti del mondo, o forse retaggio della loro Storia passata.
Sfido chiunque a cercare di interpretare quello sguardo, quell’espressione!
“Omertà” potrebbe essere una parola che gli si confà, probabilmente perché, come recita un detto cinese: “In ogni famiglia c’è un libro che non si deve leggere a voce alta”.

1 commento:

Marianna ha detto...

mi piace in particolare questo articolo ... mi piace quello che scrivi sulla tua Asia ... mia cara Guendalina...mi piace quando accendi la web cam e la spingi fin fuori la finestra per farmi spiare quello che si vede da casa tua a Shangai...mi piace Momo (il cagnolino più dolce del mondo)...