venerdì 7 marzo 2014

Ricami cinesi d'amore


Mettendo in ordine le mie cose, ho trovato in un cassetto un regalo che mi feci in Cina e, riscoprendolo, la mia mente torna a un giorno qualunque di un'estate di molti anni fa, quando, passeggiando per i vicoli di Pechino (in cinese hutong 胡同), la mia attenzione venne attratta da una giovane che vendeva degli oggetti coloratissimi.
Mi avvicinai per vedere meglio. Erano delle solette di scarpe ricamate con fili di seta variopinti. Restai affascinata da questi colori e dai disegni fantastici e, non capendone l'uso, mi fermai a chiacchierare con lei, che mi spiegò di cosa si trattasse.
Originariamente le solette ricamate, oltre ad avere uno scopo funzionale come quello di assorbire il sudore, isolare dal freddo e rendere più confortevole la scarpa, erano anche un pegno d'amore delle ragazze nei confronti del proprio amato.
I disegni scelti, infatti, rappresentavano i sentimenti della donna, la quale regalava le solette al fidanzato o sposo come fossero una lettera d'amore.
Inoltre era anche in base alle capacità di ricamarle che veniva stabilita la bravura della futura sposa dalla famiglia del marito! La donna avrebbe poi ricamato solette per tutti i componenti per formalizzare i rapporti con loro e farsi accettare da tutti i membri.
Questo tipo di ricamo appartiene alla tradizione artigianale di alcune minoranze etniche cinesi, tra cui i TuJia 土家族, famosi appunto per la loro abilità nella decorazione e il ricamo di stoffe.
Mi vengono in mente le camicie di lino ricamate dalle mie nonne con le iniziali del nome dell'amato, anche queste simbolo di amore e devozione e frutto di un faticoso lavoro di cucito. Ma mentre i ricami d'amore della nostra tradizione sono ben visibili, quelli delle solette cinesi hanno un significato più nascosto, più intimo. L'amore espresso delicatamente in un disegno di seta e impresso su una soletta infilata in una scarpa, nascosto sotto i piedi.  
Un oggetto dal significato romantico, dato in dono dalle fidanzate ai fidanzati perché ricordino il loro sentimento vero ovunque vadano, qualsiasi strada percorrano, qualunque sia il loro cammino.
Io le mie solette le incornicerò per tenerle in bella vista, così ogni volta, guardandone il magnifico disegno, immaginerò storie di amori e di donne lontane. 

martedì 4 febbraio 2014

L'anno del Cavallo


L’inverno è arrivato e con esso anche la festa più sentita in Cina da millenni: il Capodanno cinese.
Chiamato anche 春节Chunjie o Festa di Primavera (poiché introduce l’inizio della bella stagione e la fine del riposo invernale), segue il calendario lunare, in base al quale l’inizio di ogni mese è scandito dalla Luna nuova, momento in cui Luna e Sole si congiungono. Perciò il Capodanno cinese cambia data ogni anno.
Quest’anno si è celebrato il 31 gennaio. In realtà i preparativi e i festeggiamenti cominciano molto prima e si protraggono per lungo tempo.
Nelle grandi e moderne città cinesi viene riconosciuta circa una settimana di festa, ma nelle campagne si prolunga anche per più di venti giorni.
Paragonabile al nostro Natale, è un momento molto importante per i cinesi, poiché rappresenta un’occasione per riunire tutta la famiglia e per stare insieme ad amici e parenti.
In questo periodo le stazioni ferroviarie e gli aeroporti delle città sono gremiti di gente che fa ritorno nei villaggi natali. Sono per lo più mingong (che letteralmente significa “contadini- lavoratori) provenienti dalle campagne, che si stabiliscono nelle metropoli in cerca di un lavoro e di un po’ di fortuna e che solo in quest’occasione di festa fanno ritorno nelle loro case per riabbracciare i loro cari.
Nei giorni che precedono il Capodanno le città sono in totale subbuglio. Un andirivieni di gente carica di ogni sorta di bagaglio contenente regali per familiari e amici si dimena tra la folla per le vie cittadine addobbate a festa con lanterne, draghi, simboli benaugurali di ogni tipo, tutto rigorosamente rosso. E, come da noi si ha l’abitudine di indossare biancheria rossa l’ultimo dell’anno, anche in Cina, nei giorni antecedenti la Festa di Primavera, spuntano bancarelle che, oltre a vendere oggetti svariati, propongono anche una sfilza di mutandoni e calzini rossi, che, se indossati la sera della vigilia, promettono fortuna e felicità nell' anno che verrà. 
Questo a testimonianza che tutto il mondo è paese!
A partire dalla vigilia, tutto il caos e il subbuglio cittadino sembrano svanire nel nulla: le strade si spopolano, negozi, banche, uffici chiudono i battenti, si dimezzano i taxi e la gente si rintana nelle proprie case. Gli unici rumori che si avvertono sono quelli dei fuochi d’artificio e dei petardi lunghi decine di metri, che producono un suono simile a centinaia di mitragliatrici. Sembra di essere in stato di guerra! E più forte è il rumore, meglio è, perché i cinesi credono che lo scoppiettare infernale dei petardi impaurisca gli spiriti maligni e li tenga lontani.
In ogni famiglia ci sono poi dei riti da rispettare. Innanzitutto viene fatta un’accurata pulizia della casa, che consiste soprattutto nello spazzare i pavimenti a fondo, spostando anche armadi e mobili pesanti, in modo da rimuovere ogni granello di polvere accumulato e preparare così la casa all’Anno Nuovo e ad una nuova vita. Ancora oggi e in particolar modo nelle campagne, dove sono ancora vive le antiche tradizioni, è diffusa l’usanza di spazzare dall’esterno verso l’interno, in modo che la fortuna e la ricchezza della famiglia non vengano spazzate via dalla casa.
Inoltre vengono appesi davanti alla porta di casa o dei negozi dei distici di carta in segno di augurio, che riportano scritte come “ricchezza e felicità”, “possano tutti i tuoi desideri essere esauditi”, “tanti figli”, “lunga vita” e tanti ancora.
Altro rito importantissimo e fulcro della festa di Capodanno è la preparazione dei cibi tradizionali, che vengono cucinati in abbondanza, in modo che durino per più giorni e soddisfino tutti, uomini e dei. E’ infatti abitudine offrire il cibo alle divinità allo scoccare della mezzanotte.
Il banchetto di solito inizia con un grande pesce intero, simbolo dell’unità familiare e di abbondanza per l’anno nuovo, si prolunga sino a tardi e si conclude con giochi da tavolo come il mahjong (simile al nostro domino), mangiando noccioline e sementi varie e bevendo del tè.
I piatti di Capodanno variano di regione in regione. Nella Cina meridionale il piatto tipico è il niangao 年糕 (un dolce di riso glutinoso) e i zongzi 粽子 (dolce di riso glutinoso avvolto in foglie di palma); nel settentrione, invece, si mangiano i mantou 馒头 (pane di grano al vapore) e vari tipi di ravioli.
Altra tradizione curiosa in cucina è quella di non usare sino al giorno dopo il primo dell’anno coltelli o oggetti appuntiti e taglienti, perché si pensa portino sfortuna.
I giorni che seguono la festa sono dedicati alle visite di amici e parenti e, ovviamente, agli immancabili fuochi d’artificio, che i cinesi chiamano poeticamente “fiori di fuoco” e che colorano i cieli con splendide forme.
Quest’anno è l'anno del cavallo  (in cinese ma 马) e i nati sotto questo segno, indosseranno qualcosa di rosso per tutto il 2014 (per esempio una collana o un braccialetto) come portafortuna.
Gli esperti sostengono che sarà un anno pieno di energia e potenza, proprio come lo è il cavallo. 
Perciò prendete le redini del vostro futuro e correte al galoppo più che potete, lasciandovi alle spalle il vecchio anno e gustandovi ciò che il nuovo vi riserverà.



Buon anno del cavallo a tutti!

mercoledì 8 gennaio 2014

Maledetta Asia


L'Asia è una malattia.
Di quelle silenti e croniche.
Una volta che il virus penetra nell'organismo, è difficile, se non impossibile, debellarlo. E quando sembra di essere guarito, ecco che il batterio si risveglia, le difese immunitarie si abbassano e non sono più in grado di proteggere il corpo e la debole anima. Vive acquattata nei meandri del cervello, dello stomaco, scorre nel labirinto delle vene. Poi si addormenta e all'improvviso si risveglia di nuovo. E' così ogni volta.
E' una malattia grave, perché questa, al contrario delle altre, non conosce rimedio, non ha antidoto, non c'è medicina che possa combatterla.
Si chiama Mal d'Asia. E io ne sono affetta da troppi anni.
Non ho via di scampo.
Asiamonamour.


sabato 30 novembre 2013

Giappone


Avendo studiato cinese ed essendo il Giappone quasi considerato "il nemico" da noi sinologi per motivi storici e culturali, non mi aveva mai affascinato più di tanto. In effetti, influenzata da questo retaggio e dai pregiudizi, non avevo mai pensato di andarci.
Ora pero, vivendo a Taiwan, punto strategico geograficamente parlando, la voglia di visitare tutta l'Asia e' diventata quasi patologica e nella mia lista dei desideri avevo aggiunto anche il Giappone. Ma sì - ho pensato un bel giorno guardando la carta geografica - bisogna andare a spiare "l'avversario", vedere com'è.
Che poi i taiwanesi non lo considerano affatto tale, nonostante i 50 anni di dominio, anzi lo venerano e lo copiano. Per i cinesi e' tutt'altra storia, ma non sto qui a parlare di questo adesso.
Ebbene sì, devo ammettere che il Giappone mi ha positivamente colpito e confesso, facendo forse un torto alla Cina, che mi e' piaciuto molto.
Tutto è al proprio posto, ordinato, pulito, persino intonato al resto che lo circonda e questa visione così netta e lineare delle cose l'ho trovata molto rilassante per gli occhi e per la mente (cosa che non succede in Cina, dove spesso l'approssimazione, il kitch e il caos, che regna sovrano in ogni sua forma, creano una tale confusione anche psicologica).
La cura del dettaglio, poi, è estrema, tanto da dare un senso di finzione a volte. La foto sotto, per esempio, è una vetrina di una pasticceria e quegli oggetti che sembrano giocattoli di gomma colorata sono invece pasticcini buonissimi.


Sono rimasta molto colpita anche dall'eleganza della gente e degli anziani in particolare. Le donne sono molto femminili e vestono in maniera molto raffinata. Ogni capo che indossano, ogni accessorio è di qualità e lo si vede da chilometri. Tutti i colori sono abbinati armoniosamente, niente stona.
E' incredibile vedere quanta bellezza estetica ci sia in ogni cosa. I templi di legno, le case minuscole, gli oggetti, gli abiti, le stoffe, il cibo, le piante, tutto è dove deve essere ed è piccolo.
La bellezza trova la sua dimensione nella piccolezza e nella semplicità.
Non so se ci vivrei in un posto così, mi sembra più adatto ad essere guardato che vissuto.
E così come l'ambiente sembra finto tanto è piacevole agli occhi, altrettanto sembrano finte le persone che ci abitano.
Non nascondo che spesso ho avuto l'impressione di trovarmi in un cartone animato, reduce degli anni '80-'90 dove Licia e Marrabbio e tanti altri personaggi giapponesi scandivano le mie giornate con le loro storie disegnate.

Nessuno parla inglese o forse, pur conoscendo la lingua, fingono di non saperla per paura di sbagliare, quindi è stato difficilissimo districarsi nei meandri della complicatissima metropolitana.
Se chiedi un'informazione per strada, raramente sanno risponderti, ma ti ringraziano e si inchinano anche se non hanno spiaccicato una parola. Non ti chiedono "scusa", ma ti dicono "grazie", ovviamente in giapponese.
Abbiamo visto molte persone, soprattutto giovani, indossare i vestiti tradizionali e girare per le vie di Kyoto felici di farsi scattare foto dai turisti, così che sembra sempre Carnevale!


Ci si può imbattere anche in finte geishe, col viso bianco di cerone e le labbra rosse a cuoricino, che posano per servizi fotografici o semplicemente vanno in giro indisturbate, ma ci hanno spiegato che le vere geishe escono solo di notte e non si fanno fotografare. Noi siamo riusciti a beccarle una sera passeggiando tra le viuzze della città e abbiamo scattato una foto furtivamente.


Bellissime ed eleganti, con passo svelto per non farsi vedere, sgattaiolavano in un locale per intrattenere i clienti con canti e danze tradizionali.
La vera geisha non è una prostituta, come tanti credono, ma un'esperta nelle arti dell'intrattenimento, quali danza, canto, musica, cerimonia del tè e abile nell'arte di conversare, che diventa tale solo dopo anni di studio con una maestra e dopo un grande investimento economico sia per gli studi che per l'acquisto degli abiti tradizionali fatti di stoffe pregiate e costosissimi. Non è possibile fotografarle o toccarle e non si esibiscono per un vasto pubblico, ma per pochi intenditori.
A Kyoto abbiamo dormito nei cosiddetti ryokan, alberghi tradizionali giapponesi costituiti da camere con pavimenti di tatami, dove i letti, chiamati futon, sono costituiti da materassi sottili e morbidi arrotolati durante il giorno e srotolati la sera, finestre scorrevoli di legno e carta di riso e bagno esterno. Le camere sono vuote e prive di qualsiasi abbellimento, ma fornite solo dell'essenziale.


Dopo questo viaggio e questa piacevole scoperta, ho capito che è vero sì che il Giappone ha assimilato molte cose della cultura cinese, essendo quest'ultima più antica, ma ha saputo conservarle e proteggerle, oltre che rielaborarle in maniera molto intelligente, mentre la Cina ha distrutto e continua a farlo in nome del Dio denaro.

giovedì 17 ottobre 2013

Agopuntura & Co.


Non e' la scena di un film dell'orrore, né una forma di tortura. Si tratta semplicemente di agopuntura, una tecnica terapeutica della medicina cinese tradizionale le cui origini risalgono a circa 4 mila anni fa. Questa utilizza l'inserimento di aghi in varie parti del corpo con lo scopo di stimolare alcuni punti specifici, riequilibrando l'energia qi 气 che scorre all'interno e lo yin 阴 (principio femminilie) e lo yang 阳 (principio maschile). Infatti, quando l'equilibrio tra questi due principi si altera, hanno inizio le malattie.
Al contrario della nostra medicina allopatica che tratta e cura il sintomo, la medicina cinese tradizionale va a curare la radice del malessere, lo squilibrio che ha procurato la patologia.
Si utilizzano gli aghi che, in alcuni casi, vengono collegati ad un elettrostimolatore (a sinistra nella foto) che produce una leggera scossa elettrica, in modo da stimolare maggiormente i punti interessati. Questa a grandi linee la filosofia dell'agopuntura e la sua metodologia.
Io ho sempre odiato le iniezioni e gli aghi in tutte le loro funzioni e la comare Flora (la vicina di casa addetta alle punture) si ricorderà ancora delle mie urla, quando, posseduta dal demonio, cercavo di scampare alla sorte che mi avrebbe puntualmente visto sconfitta e immobilizzata dalle grinfie degli adulti, con il povero sedere per aria a sottoporsi a quella indicibile barbarie della puntura. Poi sono cresciuta e la fobia ora fa la guerra con la curiosità patologica che mi contraddistingue, mista forse ad una sana dose di masochismo che mi spinge a fare delle cose che avrei sempre creduto impensabili. Così ho deciso di sottopormi anch'io a questa pratica non proprio piacevole, anche perchè voglio provare sulla mia pelle gli effetti della medicina cinese.
Purtroppo non posso fotografarmi mentre il mio corpo è infilzato con gli aghi, ma vi dico che, in base ai miei disturbi, mi vengono "posizionati" sulle gambe, piedi, braccia, polsi, testa e orecchie.
Sì, quelli sulla testa e nelle orecchie fanno un po' senso e anche un po' male, ma resisto.
Ci vado 3 volte a settimana per adesso e dopo una prima visita in cui il dottore (che sembra quasi un mago) ti controlla la lingua, gli occhi e il battito di entrambi i polsi, si decidono i punti da stimolare in base al problema che si ha.
Perchè il tutto abbia più effetto (hanno capito anche loro che sono un osso duro), hanno pensato bene di darmi anche delle erbe schifose e chissà quali altri ingredienti sconosciuti (ali di pipistrello, sangue di unicorno e lacrime di coccodrillo....) macinati e dal gusto vomitevole, che definire fango è dire poca cosa. "Prenda la medicina 3 volte al giorno con dell'acqua,  è come bere il caffè (segue risatina dell'infermiera) e lo prenda ogni giorno per circa 3 mesi". Per 3 mesi?
Ieri, ad una delle mie sedute di agopuntura, ero stesa sul mio lettino, le tendine rosa tirate (perchè gli altri pazienti non ti vedano e tu non veda loro altrimenti rischi una sincope vedendo aghi infilzati in qualsiasi parte del corpo, persino sulle palpebre!!!), la musica classica in sottofondo, il vociare tranquillo delle infermiere e io me ne stavo tranquilla in compagnia dei miei aghi pensando a cosa avrei cucinato per cena, cosa avrei fatto il giorno dopo, etc. Passano 15 minuti, poi mezz'ora, 45 minuti, 1 ora, ma sembrano essersi scordati della straniera infilzata sul lettino n.2. Comincio a sudare, non posso muovermi, perchè ad ogni irrigidimento del muscolo corrisponde dolore nel punto in cui c'è l'ago. Guardo il soffitto, la luce a neon, oddio, mi gira la testa... e se all'improvviso ci fosse un terremoto? Cosa si fa in questi casi? Tutti scappano e ti lasciano così inerte e inerme? E se ti viene un attacco di panico?? - Oh mamma, mi gira tutto, ecco, lo so, adesso mi verrà-, ho pensato. Poi ho fatto dei bei respiri profondi e in quell'istante è arrivata l'infermiera a togliermi gli aghi. Finalmente ero salva.

P.S.= La signora nella foto era seduta di fronte a me ieri.




martedì 1 ottobre 2013

Chi non muore si rivede


Dopo mesi di silenzio e oblio, Asiamonamour ritorna per un saluto. Un po' stanca e provata da questo infinito viaggiare, ma ancora attiva.
Ebbene, torno per dirvi che non ho abbandonato il blog e non sono morta.
Ci sono ancora e sono appena tornata a Taipei dopo un viaggio interminabile, la cui parte piu' lunga e faticosa e' stata la tratta Brindisi- Milano.
Scusate se vi ho lasciato così senza preavviso in Malesia, ma in questi mesi ho vagato per altri luoghi non asiatici e non volevo "tradire" l'Oriente con racconti occidentali.
Il tempo di smaltire il fuso, di acclimatarmi e riposarmi e torno a parlare e vaneggiare.
Saluti afosi taiwanesi a tutti!

venerdì 19 aprile 2013

Malesia mon amour

Se Singapore e' un concentrato di mondi variegato benestante e forse un po' snob, la Malesia, in quanto stesso crogiolo di popoli e culture differenti, ne e' la versione proletaria. Qui regna un' umanita' piu' povera ma piu' vera, piu' autentica, che vive insieme in quel caos tropicale, affresco tipicamente asiatico.
Passeggiando per le vie di Kuala Lumpur mi e' sembrato di vedere il mondo intero.
Donne arabe in niqab (il velo nero che lascia scoperti solo gli occhi) dallo sguardo nero come la pece, donne indiane dai sari colorati, americani sovrappeso in pantaloncini e t-shirt, cinesi, turchi, malesi, certamente, e chi piu' ne ha piu' ne metta.
E' la prima volta che visito un Paese musulmano, ma qui ho avuto l'impressione che ci fosse piu' apertura e liberta'. L'ho visto nelle donne, che non hanno l'obbligo di indossare il velo e sono libere di vestirsi all'occidentale e l'ho visto nei loro sorrisi vanitosi e nelle loro chiacchiere complici. Molte ragazze indossano i jeans e il velo colorato che tiene coperti solo i capelli, lasciando ben visibile tutto il viso spesso molto truccato. Molte altre lasciano scoperti i capelli. Anche in questo caso, qui sembra che ognuno sia quello che vuole essere e tutta la gente porta con se' e rispetta le proprie tradizioni e abitudini originarie.
(Almeno, questo e' quello che ho avuto modo di osservare e dedurre dai pochi giorni tarscorsi in Malesia e non posso certamente affermare che la situazione sociale e culturale malese sia priva di quei problemi impliciti nelle culture patriarcali e maschiliste).
Sono rimasta colpita e affascinata dai villaggi Malay, piccoli agglomerati di coloratissime abitazioni tipiche malesi in legno massiccio (tek o ebano), sollevate da terra probabilmente per le inondazioni, frequenti in questi posti. Qui la vita sembra essersi fermata e si respira un'aria di pace e tranquillita' lontana dal caos che attanaglia le citta'.


I locali sono gentilissimi e accoglienti, tutti salutano e ti chiedono dove vai per darti informazioni spesso in un inglese british da fare invidia! Si fermano a chiacchierare per praticare l'inglese e per sana curiosita'.
Gli uomini, ma anche le donne (soprattutto le anziane), indossano i sarong: stoffe dalle svariare fantasie, drappeggiate in vita e portate come gonne. Questi teli di cotone hanno molteplici usi e, oltre che come abbigliamento, vengono usati anche come asciugamani, tovaglie o come arazzi sulle pareti.




Kuala Lumpur, con le sue torri simbolo, le Petronas Twin Towers, e' un po' una giungla di macchine, moto, gente di tutte le provenienze possibili e immaginabili e dove e' quasi impossibile passeggiare a piedi per le vie del centro a causa dell smog che ti entra nelle narici e ti brucia le vie aeree, ma che nasconde piccoli gioielli segreti come alcuni villaggi Malay, oltre a monumenti storici di grande bellezza. Il Palazzo del Sultano Abdul Samad e' uno di questi, con le sue cupole ramate ricorda atmosfere da "Mille e una notte"; i palazzi coloniali decadenti che conservano il fascino del passato e di vecchie storie; i quartieri indiano e cinese, micromondi autentici e tanto altro.



Mi e' piaciuta molto anche Malacca, cittadina storica che fu il maggior porto commerciale del sud-est asiatico e dove i domini portoghese, olandese, britannico e cinese ne hanno contaminato l'architettura, un mix di stili straordinario. La citta' nel 2008 e' stata inserita dall'Unesco tra i patrimoni dell'umanita'.


Dopo tutto questo vagare ed esplorare instancabile, ci siamo concessi una pausa di relax su un'isoletta, Pangkor Island, nella parte ovest della Malesia.

Qui le scimmie la fanno da padrone. Sono ovunque e addirittura bisogna chiudere bene finestre e porte per evitare che entrino dispettose a rubare qualcosa! Se non fosse per loro, che rendono l'isola una pattumiera a cielo aperto, poiche' rubano le buste della spazzature e le aprono sugli alberi provocando una pioggia di rifiuti difficile da contenere, il posto sarebbe un'oasi di pace!

La Malesia mi e' piaciuta molto ed e' stato triste lasciarla, come quando si saluta una vecchia amica con la consapevolezza che tante cose non sono state fatte insieme e che forse non la si rivedra' piu'. Ma chissa', la mia vita e' sempre cosi' imprevedibile e magari il buon vento mi ci portera' ancora una volta prima o poi.