lunedì 1 maggio 2017

Nuovo indirizzo

Vi comunico che Asiamonamour ha cambiato indirizzo! Adesso mi trovate qui:

 www.asiamonamour.com

Da oggi potete seguirmi sul nuovo sito, completamente rinnovato! Vi aspetto!

martedì 18 aprile 2017

Di India e di sapori


ll viaggio è la scoperta di un luogo e di una cultura anche attraverso i suoi odori e i suoi sapori. Così comprare essenze profumate e assaggiare specialità tipiche è una delle primissime cose che faccio quando arrivo in terra straniera, per appropriarmi in qualche modo dell'essenza del posto, quella più vera, primordiale. Perché ho bisogno di sentire dove sono, prima attraverso il naso e poi attraverso la bocca. A Varanasi ho alloggiato in una splendida residenza storica. Non un albergo anonimo, uguale in qualsiasi altra parte del mondo, ma un posto unico, inimitabile, dove respiri le storie di chi ci è stato, dove i muri raccontano di vite passate, dove i colori sgargianti dell'India ti investono insieme ai raggi di sole, dove scimmie ruffiane affacciate alla finestra elemosinano un biscotto per colazione, dove i profumi delle spezie si infiltrano nella camera attraverso il buco della serratura e le crepe di vecchie porte e, snodandosi come eleganti serpenti di vapore, si insinuano dritti nel naso. Ogni mattina questi odori erano la sveglia che mi destava da sonni profondi fatti di sogni orientali, insieme al suono rassicurante di braccialetti d'argento tintinnanti al movimento di braccia indaffarate a impastare, mescolare, cucinare, dando vita a sapori che per me sono casa. Così uscivo dalla camera, ma solo dopo aver messo il kajal, che rende gli occhi più profondi, e il mio profumo, un olio all'ambra dall'odore intenso acquistato a Jaisalmer, la città dorata nel deserto del Thar che sa di tappeti volanti e di Le mille e una notte. Fuori dalla stanza uno spazio vuoto con al centro un'altalena, dove dondolavo in attesa della colazione, mentre la dolce Mangala si occupava della cucina. 

Con Kamla, che si diverte a farmi volare

Mangala in cucina prepara i suoi piatti "magici", mentre io godo della loro bontà
Ogni mattina era una festa di colori: quelli delle pareti illuminate dal sole, quelli dei sari dalle sfumature sgargianti e dei piatti gustosi. Mangala preparava un piatto tipico della colazione del sud dell'India e dello Sri Lanka, che si chiama "upma" e che ha estasiato le mie papille gustative al primo assaggio. L'ho adorato e ne ho gustato ogni boccone fino all'ultimo granello, per questo voglio condividere con voi questa delizia.  
Ecco qui la ricetta, ricevuta questa mattina da Mangala. 
Leggendola, ho sentito la sua risata cristallina e l'odore di questa specialità che ha il sapore dell' India e del suo calore.

UPMA

Ingredienti:

- 200 g di semolino
- 1 pomodoro tagliato a dadini
- 1/2 cucchiaino di semi di senape
- 5 foglie di curry
- 1/2 cucchiaino di zenzero tritato
- 100 gm di ghee (burro chiarificato)
- 1 cipolla tritata
- 1 cucchiaino di sale fino
- 1/2 cucchiaino di semi di cumino
- 1 peperoncino verde tritato
- 1/2 cucchiaino di chana dal (lenticchie gialle)

Preparazione:

Mettere 3/4 del ghee in una padella e riscaldare un po'. Quando il ghee è semi caldo aggiungere senape, semi di cumino, peperoncino verde, zenzero e chana dal.

Dopo qualche minuto aggiungere le foglie di curry e mescolare. Aggiungere la cipolla e il pomodoro e mescolare bene.

Aggiungere sale a piacere e 250 ml di acqua. Coprire e lasciar cuocere.

Tostare il simolino per due minuti. 

Quando le verdure sono cotte, aggiungere il simolino tostato. Non versare il semolino tutto in una volta, ma aggiungere piccole quantità e mescolare il contenuto cuocendo a fiamma bassa. Servire caldo.

Buon appetito!

(Questa è la ricetta personale di Mangala, ma ci sono diverse varianti).

foto presa da internet 
Foto di @Igor Lukic

La bellissima residenza dove ho alloggiato si chiama Ram Bhawan Residence e ve la consiglio di cuore. Cliccate sul link per tutte le informazioni. 

martedì 7 marzo 2017

Turtle House, la casa di Tiziano Terzani a Bangkok. Tra ricordi e nostalgie.

il viale d'entrata di Turtle House

Una calda mattina di febbraio di qualche settimana fa.
Il sole ci brucia la testa mentre ci aggiriamo tra i vicoli di Bangkok con gli zaini enormi sulle spalle alla ricerca della casa dove visse Tiziano Terzani.
Visitarla era nei miei pensieri da molto tempo, da quando lessi la prima volta "Un indovino mi disse" sulla mia terrazza di Shanghai, un libro che è stato la mia guida, nelle cui prime pagine di cartoncino rigido avevo appiccicato le cartine delle nazioni del Sud-Est Asiatico raccontate da Terzani, tracciando le linee di tragitti che allora solo immaginavo e che poi avrei percorso per davvero.
C'è un traffico terribile in città e non è facile trovarla dalle poche informazioni che abbiamo e nel dedalo di viuzze parallele alla strada principale, che sembrano tutte uguali e con un ordine numerico che non ho ben capito. Mi affido ai ricordi delle descrizioni di Terzani della sua "casa bella e fatata", "un'oasi di vecchio Siam in mezzo all'orrore del cemento" e a qualche vecchia foto ed è così che in una stradina scorgo il recinto di bambù ormai vecchio e logoro circondare quel pezzo di paradiso che pare quasi essersi arreso e, indifeso, alza le mani di fronte all'accerchiamento di palazzoni che lo sovrastano arroganti e minacciosi.
Il portone è socchiuso. Lo spingo piano piano e un uomo seduto all'ombra di un ombrellone all'angolo della strada ci grida "Hello!" e ci dice di aspettare. Viene verso di noi, apre il cancello e urla qualcosa in thai, poi se ne va. Esce un signore con una maglia azzurra, che ci fa cenno di entrare.
È Kamsing, il custode e giardinere che ha vissuto insieme alla famiglia Terzani e che abita ancora lì da circa 35 anni. Tutto trafelato mi dice che è appena tornato dal mercato e che stava aiutando la moglie a cucinare. Non vogliamo disturbare, ma lui insiste e ci dice di restare.
 "Turtle House 1990" scritto sulle piastrelle da Tiziano Terzani

È emozionante essere lì, parlare con lui, vedere con i miei occhi, sentire con il mio naso e le mie orecchie ciò che ho solo letto e di cui ho fantasticato. È come entrare fisicamente nella storia, vedere cristallizzarsi in realtà l'evanescenza dell'immaginazione. È come stringere la mano del personaggio inventato di un romanzo che all'improvviso ti appare di fronte in carne e ossa.
La casa è di una bellezza struggente ed evoca un passato meraviglioso con la sua struttura di legno tradizionale thailandese, il laghetto e una miriade di alberi e piante di ogni tipo che creano un vero e proprio microcosmo vegetale, dove anche uccelli e animali vari hanno trovato riparo, un fresco e appagante rifugio nel deserto arido della città.
Il signor Kamsing non ha bisogno di spiegazioni, lo sa perché siamo lì.
Mi fa lasciare subito lo zaino enorme che porto sulle spalle e poi mi apre le porte di quella che fu la casa dei Terzani per quattro anni (1990-1994) e mi accompagna nelle stanze e nel giardino, raccontandomi aneddoti vari e vecchie storie, quelle che non ci sono nei libri, tra risate e nostalgie di quel tempo passato.
Mi guardo intorno mentre ascolto le sue parole di narratore e mi lascio trasportare dai ricordi di situazioni e cose che sono diventate ora tangibili, le posso toccare, sono lì davanti a me.
La casa, il lago, l'ufficio di Terzani dove si è trasferito Kamsing con la famiglia, la vegetazione tropicale quasi infestante che abbellisce ogni angolo. Tutto è come lo avevo immaginato, perdendomi tra le pagine di "Un  indovino mi disse".

a destra l'ufficio di Tiziano Terzani e ora casa di Kamsing

il lago e a sinistra la casa



il salotto

Entriamo in casa. Ci togliamo le scarpe, abitudine asiatica da me totalmente acquisita e diventata ormai azione istintiva, e andiamo prima in cucina e poi in salotto. Stanze spaziose, con il pavimento in legno, i muri ingialliti e le vetrate grandi che si affacciano sul lago e sul giardino.
"Qui c'erano tanti libri. Oh mio Dio, tantissimi libri dappertutto! Pieno di libri in ogni stanza", dice Kamsing sorridendo mentre mi fa strada. Entro nella camera da letto di Saskia e Folco e poi in quella di Tiziano Terzani e della moglie Angela e mi sento a disagio, un po' in imbarazzo. Cammino quasi in punta di piedi per non fare rumore, mi sembra di invadere e violare quel senso di pace, quell'intimità che è appartenuta a loro.

la camera da letto di Saskia e Folco
La camera da letto di Tiziano e Angela Terzani

Ma Kampsing vuole che veda ogni angolo della casa, così lo seguo ancora. Mi porta nella terrazza su cui si affaccia la camera da letto di Angela e Tiziano. Si ferma davanti al balcone e, guardando verso il giardino e il lago, mi racconta di quando Terzani lo chiamava da lì con il suo vocione e le braccia al cielo "Kamsing! Kamsing! Gli asciuagamani!". E ride di gusto nel ricordarlo e poi continua: "Era molto alto, con una voce forte e mi chiamava sempre per aiutarlo a fare tante cose. Era instancabile, oh mio Dio, non si fermava mai!".

Chiacchiere con Kamsing sulla terrazza su cui si affaccia la camera dei Terzani


Mi racconta che si svegliava la mattina molto presto, verso le cinque o le sei, dava da mangiare a tutti gli animali del giardino. C'erano centinaia di uccelli, scoiattoli, pesci, la tartaruga centenaria che abita ancora le acque del lago. Poi faceva jogging e un po' di esercizi e beveva il caffè in giardino. Dopodiché entrava nel suo ufficio (la costruzione di fronte alla casa, dall'altra parte del lago) e scriveva tutto il giorno. Lo stesso faceva la signora Angela.
Ogni giorno Turtle House si riempiva di amici che andavano a trovarlo. Arrivavano tutti, da ogni parte del mondo: ministri, ambasciatori, diplomatici, politici, scrittori, giornalisti, fotografi, per immortalare la magia di quella casa e scriverne su giornali e riviste.
"Parlava tante lingue: cinese, giapponese, francese, tedesco, inglese, anche thai! Che intelligenza, che uomo! Conosceva tante persone e faceva party ogni sera." continua Kamsing.
Ospitava gli amici in una casetta di legno rialzata nel classico stile thailandese con i muri di stuoia di canna intrecciata e che adesso non c'è più, buttata giù nel periodo in cui la casa fu un ristorante.
"Era un uomo molto generoso e tutto il vicinato lo conosceva. Regalava pollo e papaya ai vicini, soprattutto a Natale. Gli volevano tutti bene", mi dice Kamsing con gli occhi lucidi e velati di nostalgia. Poi, come a scacciare via quei ricordi malinconici, si mette la mano sulla fronte e dice ridendo: "Non mi faceva mai riposare, era pieno di richieste, era come un vulcano, un'esplosione di idee. Le vedi quelle pietre che delimitano il giardino? Le abbiamo portate a mano insieme, una ad una. Voleva che fosse tutto bello e perfetto. Ma perché?!" ed esplode in una sonora risata.
Passeggiamo intorno al lago, tra cespugli e alberi dalle foglie giganti in quel giardino paradisiaco, un tempo abbellito anche da enormi canne di bambù e orchidee, che Terzani amava comprare al mercato insieme a Kamsing. Nel lago c'e` il relitto della barchetta di legno che si vede in alcune foto in bianco e nero, distrutta (come tante altre cose) e affondata nel periodo in cui Turtle House fu un ristorante thailandese.

Kamsing mi mostra dove è affondata la barchetta di legno

"Dopo Bangkok andarono in India e da allora non l'ho mai più visto. La signora Angela è venuta a trovarmi una decina d'anni fa, che piacere rivederla!"
Ma poi d'improvviso cambia espressione. Con voce sommessa e con lo sguardo mesto mi dice che il proprietario della casa è molto vecchio e soffre di Alzheimer. Sua figlia, che si occupa di lui e degli affari di famiglia, l'ha messa in vendita a 4 milioni di euro. Così sarà abbattuta, perché pare che un investitore indiano voglia costruire un mega palazzone di cemento, uno dei tanti orrori della modernità che cresce sulle macerie del passato, uguale a tutti gli altri e privo di identità.
Kamsing perderà non solo una casa, ma anche il lavoro. Noi perderemo un pezzo di storia e un patrimonio culturale e architettonico, un "luogo dell'anima" che ha affascinato e avvicinato milioni di persone all'Oriente attraverso le parole di Tiziano Terzani.
Come ha detto qualcuno, "Chi tace è complice". E io non voglio essere partecipe della distruzione della Cultura e della Storia, perciò ho lanciato una petizione, con la speranza che questa notizia si diffonda il più possibile e che qualcuno salvi questo pezzo di Asia dalle fauci del mostro capitalista, che ci vuole tutti uguali e senza anima. So che sarà molto difficile e che ci sono pochissime speranze, ma la rassegnazione non si confà al mio modo di essere e di vedere la vita.
Davanti al cancello di bambù di quella casa fatata ho salutato Kamsing con un groppo in gola e nel cuore, forse consapevole che non avrei mai più visto né lui né Turtle House e gli ho promesso che avrei fatto qualcosa. Per lui, per quella casa storica, per Tiziano Terzani che con il suo messaggio, le sue storie e la sua vita ha arricchito anche la nostra, per noi.
E ora, quando penso agli occhi imploranti di Kamsing che mi chiede di aiutarlo stringendomi la mano, posso almeno dire di aver mantenuto quella promessa e di averci provato.

"Turtle House era splendida la notte. I grattacieli che ci crescevano attorno ci toglievano ogni giorno più sole, ma quando calava la sera e Kamsing, il giardiniere, accendeva le lampade nascoste tra gli alberi, le fiaccole attorno allo stagno e le lucine a olio ai piedi delle statue di Ganesh e di Buddha nel giardino, la casa tornava ad avere quella calda, quieta magia tropicale che ci aveva fatto venire in Thailandia..." Tiziano Terzani "Un indovino mi disse", 1994



mercoledì 25 gennaio 2017

Alle mie nonne, dolci abitanti delle case della mia infanzia e del mio cuore.

"Si lasciano mai le case dell'infanzia?
Mai: rimangono sempre dentro di noi,
anche quando non esistono più..."
(F. Ozpetek)


La mia vecchia stanza

Da qualche parte ho letto questa frase che mi ha catapultato indietro nel tempo, nelle case della mia infanzia.
La magia delle parole.
La potenza delle parole.
La casa di mia nonna L. con il giardino grande strabordante di segreti, dove giocavo a fare l'altalena arrampicandomi sull'albero di arance profumate e dove sperimentavo le mie prime pozioni magiche convinta di essere una strega, raccogliendo foglie e fiori che poi mettevo in un pentolone pieno d'acqua recitando parole incomprensibili anche a me stessa, dove osservavo il lento muoversi delle lumache dalle antenne mobili e aspettavo la pioggia per ripararmi con una pianta dal ciuffo simile ad un ombrello.
La casa della mia bisnonna A., il cui vero nome l'ho scoperto da grande, avendola chiamata sempre "nonna Vecchia", precludendole a priori la giovinezza, come se fosse stata sempre così, anziana e con la lunghissima treccia di capelli bianchi arrotolata dietro alla nuca a formare una pallina. Una casa silenziosa e vuota, che si riempiva di odori deliziosi quando lei si metteva ai fornelli, riempendo quella solitudine di calore, quello della cucina e dei suoi profumi che coloravano come d'incanto spazi in bianco e nero.
La casa della bisnonna C., antica come la storia e accogliente, con il divano di pelle sul quale lei e la zia I. mi intrattenevano con le loro storie sull'Inferno, mentre io, attentissima a ogni parola, pizzicavo dolcemente la pelle incartapecorita delle loro mani e mi perdevo nelle narrazioni sussurrate con tono profondo e misterioso. Le loro storie erano così verosimili (o forse la mia fantasia così sbrigliata), che sentivo per davvero l'odore della carne che brucia. Se chiudo gli occhi ricordo benissimo il profumo del loro alito e sento la loro voce.
La casa dove ho vissuto da piccola, con un caminetto bellissimo dove mi piaceva sedermi e guardare il fuoco e le sue mille sfumature. La stanza dove dormivo con la nonna C. che con le sue favole ha reso le mie notti appassionanti, popolando i miei sogni di fantasie e di fantasmi gentili che in qualche modo vivono ancora in questo mio presente e su cui faccio affidamento quando il mondo sembra così banalmente reale e sbiadito, richiamandoli tutti a me a ricordarmi la loro confortante presenza.
La casa dove sono cresciuta e soprattutto la mia stanza, dove tutto ha preso forma, da quella liquida della fantasia infantile si è cristallizzata nella concretezza delle mie scelte di adulta. Una stanza magica, arredata con i mobili della mia bisnonna Teresa (da cui prendo il nome) e satura di libri che trovano posto un po' ovunque in un caos dove solo io ne scorgo l'ordine. È qui che ho letto tutto ciò che potevo, anche quando non avrei dovuto, nascondendo sotto le versioni di latino e greco romanzi e storie del mondo. È qui che ho sognato, ho amato la prima volta, ho sofferto, ho riso, ho pianto, ho scelto. Ed è qui che ogni volta che entro dopo lunghi periodi di assenza, ritrovo il mio odore, misto a quello dei miei libri, amici amatissimi e insostituibili e a quello delle mie cose intrise di storie passate e di sensazioni provate. Perché io sono la somma anche di questi posti, di queste donne, dei loro racconti e di ciò che è stato.
Non si lasciano mai le case dell'infanzia, così come i ricordi. Restano dentro di noi e ci accompagnano per sempre.

🎶 Ascoltando Rüzgar- Grup Gündoğarken

particolare della mia stanza

sabato 31 dicembre 2016

A te, amica mia

Foto di Dolores Viero
Bella come il sole, succosa come un'arancia matura, profumata come un prato a primavera.
Bocca di fragola, denti di mandorla, sorriso di ciliegia.
Dolce e aspra come la frutta più buona, così ti ho sempre pensato, Alessia mia.
La tua risata calda e accogliente mi suona dentro come musica, il ricordo del tuo abbraccio morbido e materno mi scalda il cuore.
La Bellezza, quella dentro e fuori.
La persona che mi ha detto più "ti voglio bene" di tutti al mondo, non si possono contare.
Perché la tua pelle trasudava Amore, che elargivi generosamente così come fa la Natura che ci regala l'aria per respirare.
Bellezza struggente come sa esserlo la vita, sarai in un raggio di sole che mi illumina il viso, sarai nel vento che mi scompiglia i capelli, sarai nel profumo del mare, sarai in una stella scintillante nel cielo, sarai nella brezza di una notte d'estate. Ed è lì che io ti cercherò.

mercoledì 30 novembre 2016

Bali, dove vivono gli dei

Uluwatu, Bali
Appena arrivata in aeroporto, l'ho capito subito che l'avrei amata.
Tutte le mie impressioni passano sempre prima attraverso il naso, organo per me vitale quasi come il cuore. E`il filtro grazie al quale le immagini del mondo esterno mi arrivano dentro attraverso le narici traducendosi in sensazioni. E non devono necessariamente essere odori buoni quelli che emanano i luoghi del cuore.
E` una chimica oscura e illogica, come quella dell'amore.
La prima cosa che faccio quando scendo dall'aereo e` annusare l'aria straniera cercando di carpire profumi nuovi e sconosciuti che solleticano la mia curiosità, trasformandola in infantile euforia.
Ogni posto dove sono stata ha un suo odore caratteristico e potrei riconoscerlo ad occhi chiusi solo respirandolo.
Quello della Cina, per esempio. Inconfondibile com'e` quello di casa, dei posti dell'infanzia, del collo di mia madre in cui mi rifugiavo da bambina, o delle mani di mia nonna al profumo di crema, quello del pelo del mio cane o dell'inverno.
Tutti i miei ricordi di luoghi e di persone sono legati ad un odore. Se perdessi il mio naso, probabilmente perderei anche la capacita`di ricordare.
Bali odora di fiori di frangipani che sono dappertutto, anche nei capelli delle donne.
Profuma di fresco e di erba recisa nelle risaie di Ubud.
Profuma di incenso, che brucia sulle offerte che sono ovunque.
E poi e` luminosa, colorata.
Tu la guardi e lo vedi che ti sorride.
Un sorriso largo, sincero.
E non e` solo la bellezza dell'isola che affascina e rapisce, con le sue migliaia di templi ricamati in mezzo alla natura rigogliosa, la terra fertile dove cresce di tutto, le risaie meravigliose che sembrano quadri dipinti dagli dei, l'artigianato stupendo, la sua gente il cui sorriso e` in grado di rubarti l'anima, ma sono anche le vibrazioni di benessere che emana, perché trasuda armonia e dolcezza.
I balinesi dicono di essere stati prescelti come guardiani dell' Isola degli Dei, perché questi ultimi li vogliono sempre vicini e inoltre credono che ogni cosa e ogni luogo sia abitato da spiriti, cosicché parte della loro giornata e` dedicata alla preparazione di offerte per placare i demoni e per ringraziare le divinità, che sono state davvero generose in questa parte di mondo.
Bali e` come un tempio aperto nel quale vivono i balinesi, che dedicano la loro vita a fare cose belle da dedicare alle forze superiori, alla continua ricerca della sintonia e dell'equilibrio tra il Bene e il Male.
Il nuovo giorno inizia proprio con le offerte che sono delle vere e proprie opere d'arte. Foglie di palma intrecciate tra loro a formare dei piattini, all'interno dei quali vengono adagiati fiori freschi, riso e incenso in un ordine ben preciso e minuzioso.
Bellissime e coloratissime, quelle donate agli dei vengono collocate in alto, quelle per i demoni invece a terra (secondo l'induismo balinese il cosmo e`diviso in tre piani: la dimora degli dei in cielo, quella degli uomini al centro e in basso quella dei demoni).
Mi svegliavo ogni mattina con il pensiero di andare per strada ad osservare con quanta cura e delicatezza le donne dell'isola preparassero e disponessero le loro offerte in ogni angolo, per poi vederle schiacciate e distrutte alla fine del giorno.
Un 'offerta fugace, perché viene calpestata e scompigliata in breve tempo.
Variopinta e fragile, com'e` la vita.
L' offerta non può essere riutilizzata, quindi se ne prepara una nuova ogni mattina con la cadenza di un rituale che si ripete e che mi ricorda quello di Varanasi all'alba, dove si ringrazia il sole per un nuovo giorno.
Perché anche per i balinesi Dio e` Ogni Cosa. E bisogna essere grati al mondo per tanta bellezza.

Offerte 
offerte al mare
Nelle risaie a Ubud, Bali

giovedì 6 ottobre 2016

Dei fiori e degli uccelli. E di mercati del mondo



Una delle cose che mi piace fare di più quando viaggio e` visitare i mercati locali. 
Il mercato e` il microcosmo culturale di un popolo ed e` uno dei modi che preferisco per entrarci in punta di piedi e spiare la vita degli altri. 
Prima ancora di visitare i monumenti, di ripercorrere la storia nei musei, ne cerco uno ed e` li` che riesco a farmi un'idea della gente e del posto in cui mi trovo. 
I mercati come identità di un popolo, dove la bolla dello smarrimento in cui mi sento intrappolata appena arrivo in un luogo sconosciuto, scoppia nel momento in cui mi perdo nella confusione delle voci, dei colori, degli odori nuovi, svelandomene a poco a poco i segreti.
Nei mercati scopri cosa e come mangia la gente, cosa e come vende, come si veste, come socializza, cosa beve, come urla, se lo fa, perché anche il tono della voce e` rivelatore di un certo temperamento che caratterizza una cultura.
Ogni mercato e` poi a se´ e racconta la storia, le tradizioni e le abitudini di una nazione.
Nei mercati dello Xinjiang si vendono cammelli, lama, montoni, pellicce di animali e tappeti, in quelli del Tibet si vendono denti d'oro, burro di yak, accessori per imbellettare i cavalli e gioielli da inserire nelle splendide pettinature delle donne dai capelli lunghissimi e brillanti come la luce delle montagne dell'Himalaya, in quelli in India si vendono colori e odori: spezie, braccialetti, sari e stoffe variopinte.
Quando vivevo in Cina mi piaceva perdermi nei mercati cosiddetti "dei fiori e degli uccelli", in cinese 花鸟市场 (huāniǎo shìchǎng), dove si vendono piante e fiori, ma anche uccelli, insetti e tutti gli accessori per allevarli. 
Osservavo stupita e rapita la gente intenta ad acquistare bellissime gabbie di bambù con all'interno minuscoli abbeveratoi e ciotoline per il mangime, tutto in ceramica e finemente dipinto a mano, perché in Cina uccelli e grilli sono animali da compagnia, come per noi cani e gatti. 
Uomini cinesi di una certa eta` sedevano di fronte a una parete su cui erano appese centinaia di gabbie con uccelli e, come professori di musica durante un esame importante, ne studiavano con la massima concentrazione il comportamento e ne esaminavano il canto. Altri passeggiavano tenendo in mano una gabbietta che poi appendevano al ramo di un albero per riposare, tra un sorso di te` e una chiacchiera con gli amici. Quest' abitudine tutta cinese di "portare a spasso gli uccelli" (遛鸟 liuniao) deriva dalla credenza che ciò migliori la qualità del loro canto, per poter godere del suono della primavera tutto l'anno. Allo stesso modo allevano i grilli, che tengono in piccole zucche o gabbiette scolpite ad arte e portano con se´ in giro nel taschino della camicia. Per sentire anche in inverno la musica dell'estate. 
La storia di un popolo in un mercato. 
E anch'io ho cercato con scrupolosa attenzione la mia gabbietta e alla fine l'ho trovata. E` interamente di bambù, semplice ma elegante, tutta intagliata con all'interno due ciotole in miniatura di ceramica bianca con dipinti azzurri di pipistrelli stilizzati, simbolo di fortuna e felicita` (per via dell'omofonia tra "fu" di pipistrello e "fu" di fortuna). All'interno non ci ho messo un uccello, ma ci tengo le sensazioni di quelle giornate e quando la nostalgia mi prende il cuore, mi basta guardarla per sentire il cinguettare dei ricordi.

mercoledì 14 settembre 2016

Caro Tiziano


Terzani in Cina, 1979 © Archivio Tiziano Terzani. Tutti i diritti riservati.


Caro Tiziano,

e` in un pomeriggio di pioggia che ti scrivo, dalla mia casa taiwanese che guarda le montagne ammantate di fitta vegetazione come le tue dell’ Orsigna, ma su longitudini diverse.
Piove a dirotto e questa pioggia stuzzica la nostalgia, così ti penso e scrivo due parole, quelle che avrei voluto dirti quando eri ancora “a giro” in questo mondo, ma te ne sei andato troppo presto e sono rimaste a fluttuare nella mia mente fino ad ora, giorno del tuo compleanno.
Settantotto anni fa venivi al mondo con occhi stropicciati e con lo sguardo corrucciato misto di curiosità. Almeno e`così che ti ho immaginato io.
Era un mercoledì. Come oggi. 
Segno zodiacale: vergine. Come me. Ne riconosco il dubbio e l’inquietudine latenti, che portano alla smania di cercare. E di capire. O di cercare di capire.
Ti ho scoperto per caso un pomeriggio cocente di luglio di dodici anni fa, uno di quelli in cui non riesci a dormire perché il calore ti cucina il cervello e l’inaspettato invito di un amico ad andare a bere un caffe`con ghiaccio in riva al mare arriva come una manna dal cielo. 
Il baretto, piccolo e vecchio, vende anche un paio di giornali e qualche libro impolverato. Mentre attendo il mio caffe`, mi avvicino allo scaffale e prendo in mano l’unico libro rosso con la copertina rigida, attratta dal titolo. Lo compro subito con i pochi spiccioli rimasti. E` il tuo “Un indovino mi disse”, un’edizione economica che ben presto e` diventata la mia guida di viaggio e di vita. In quel periodo studiavo il cinese all’università e l’Asia era già parte di me. 
Pochi giorni dopo tu lasciavi il tuo corpo, come amavi dire. 
Qualche anno dopo, lo lasciava anche il mio amico. 
E io rimanevo con un mucchio di ricordi e con uno scaffale pieno di tuoi libri, perché in seguito li ho comprati tutti. Li ho divorati, sono stati la linfa che mi ha tenuto in vita nei momenti di sconforto, sono stati i viaggi che non potevo ancora fare, a volte sono stati la fiammella che mi ha permesso di sperare in un’altra vita possibile quando quella che stavo vivendo non mi rendeva felice. 
Ho parlato tanto di te al mio amico. Negli ultimi giorni di quella maledetta malattia che ha portato via anche te, mi chiedeva spesso di parlargli dell’India. Spero che i tuoi libri gli abbiano in qualche modo insegnato a morire. Tu dicevi che di fronte alla Bellezza del mondo, all’abbraccio della Natura, dinanzi a tutto questo la nostra esistenza è una piccolezza, è lo starnuto di una formica e queste tue parole hanno reso più lieve anche a me il peso della perdita.
Non ho mai avuto idoli o guru nella mia vita e tu sei stato per me come un nonno, magari quello che non ho mai conosciuto e che oggi avrebbe avuto più o meno la tua eta`. 
Mi hai raccontato la favola vera della tua vita e di quella degli altri e io ti ho ascoltato con occhi sgranati e orecchie grandi di bambina, spesso ripercorrendo gli stessi tuoi passi e sognando gli stessi tuoi sogni. Senza saperlo. Perché lo abbiamo fatto in epoche diverse, ma accomunati dalla stessa passione. Mi sono sempre riconosciuta nelle tue storie, nei tuoi pensieri. 
Sei stato la voce che non ho avuto e le parole che non sono riuscita a dire. 
Abbiamo studiato il cinese, abbiamo vissuto in Cina, il Paese che più abbiamo amato e che più ci ha deluso, proprio come solo un grande amore sa fare. Ed entrambi abbiamo trovato una sorta di sollievo nell’India, una panacea al dolore per l’ inesorabile scomparsa di quella magia asiatica del Diverso, l’unica prerogativa alla vera ricchezza e alla libertà. Perché, invece, in quel posto assurdo che e` l’India, tutto e` ancora possibile: convivono una miriade di culture diverse, ognuna con il suo dio e questa spiritualità trasuda, si sente, si respira. Forse e`questo ciò di cui avremmo tutti più bisogno. Se riuscissimo ad eludere il concetto riduttivo di un solo dio che ci guarda e ci giudica e riuscissimo a vederlo in ogni cosa, in ogni essere vivente, perfino in noi stessi, chissà, magari avremmo più rispetto della vita.
Mi hai insegnato a guardare sempre al mondo con altri occhi e a cercare la verità, le mie verità, senza abboccare all’esca dei pregiudizi e degli stereotipi. Cercare, cercare sempre per comprendere. Studiare per capire, per tollerare. “Tolleranza”, quanto e`bella questa parola che il mondo pare aver dimenticato!
Mi hai insegnato a non accontentarmi di una vita che mi sta stretta. E come un nonno che ti indica i primi passi, a volte sei stato la spinta sul ciglio di un burrone che mi ha costretto a spiegare le ali per non precipitare. Perché si può, un’altra via e` possibile, bisogna solo darsi una mossa ed essere artefici del proprio destino e del proprio cambiamento. 
Come per te, viaggiare e` il mio modo di vivere. Viaggio spinta dalla fame di vedere, dalla sete di conoscere, da una curiosità che diventa quasi patologica e non riesco a fermarmi. Non voglio fermarmi. Perché io ho trovato nel viaggio la mia pace, la mia cura, il mio tutto. 
E come dici tu, ognuno deve cercare a modo suo il proprio cammino.
Grazie per l’amicizia preziosa dei tuoi libri, compagni delle mie avventure. 
Grazie per questo tuo messaggio che e`davvero un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vogliamo.


Teresa                                                              



(Trovate questo mio pezzo anche sul sito Mangia Vivi Viaggia) 

lunedì 29 agosto 2016

Viaggiare e`ritornare


Passeggiando per le stradine di Pushkar, in India, osservando l'immensa ricchezza della diversita`che mi circonda e stupendomi per ogni cosa. 
E`la meraviglia della scoperta il senso di tutto, i segreti che mi porto a casa e che traduco in parole, racconti, sensazioni, dilatando lo spazio delle storie e alimentando quello delle fantasie. 
Qualcuno disse che non sei fregato veramente sinché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. 
Oggi ho letto questa poesia molto bella che voglio condividere. Perché viaggiare e`anche tornare. 
Per raccontarlo.

"Viaggiare è andar via di casa,
è lasciare gli amici
è provare a volare.
Volare imparando altri rami
percorrendo altre strade
è tentar di cambiare.
Viaggiare è travestirsi da folle
dire “non mi importa”
è voler ritornare.
Ritornare apprezzando quel poco
degustando una coppa
è di nuovo provare.
Viaggiare è sentirsi poeta,
scrivere una lettera,
è voler abbracciare.
Abbracciare arrivando a una porta,
agognando la calma,
è lasciarsi baciare.
Viaggiare è farsi mondano
conoscere altra gente
tornare a cominciare.
Viaggiare è andar via di casa,
travestirsi da folle
è dire tutto e niente con un bollo postale.
Dormire in un altro letto,
sentir che il tempo è breve,
viaggiare è ritornare".

Gabriel García Márquez

lunedì 8 agosto 2016

Della vita e della morte

« O chi riflette piu` sulla morte? Quella per noi occidentali e` diventata un tabu`. Viviamo in societa` fatte di ottimismo pubblicitario in cui la morte non ha posto. E` stata rimossa, tolta di mezzo. Ogni indovino che vedevo, invece, me la rimetteva davanti.
Gia` nel corso della mia vita com’e` cambiata, la morte! Quand’ero ragazzo era un fatto corale. Moriva un vicino di casa e tutti assistevano, aiutavano. La morte veniva mostrata. Si apriva la casa, i
l morto veniva esposto e ciascuno faceva cosı` la sua conoscenza con la morte. Oggi e` il contrario: la morte e` un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa piu` gestirla. Nessuno sa piu` cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre piu` rara e uno puo` arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro. » ─ ‪ Tiziano Terzani, Un indovino mi disse (1995)

Anche a Varanasi la morte e`quella di sempre, non la si nasconde, ma la si mostra, perche´e`una cosa normale, e`solo un'altra fase della vita e nessuno ne e`immune. 
Ho visto il primo morto da piccola, una vicina di casa, e ricordo che non ne rimasi sconvolta. Mi colpirono invece le reazioni dei vivi. Il dolore degli altri mi ha sempre turbato.
Poi crescendo ho perso parenti e amici cari e ho cominciato ad averne paura. La morte e`diventata una parola da non pronunciare, quasi come per non svegliarla e in alcuni momenti della mia vita si e`trasformata in una vera e propria fobia, un'ossessione. 
Ma quando sono andata in India, dove la vita e la morte convivono con grande naturalezza, dove la morte e`accettata allo stesso modo di tutti gli altri eventi della vita, dove entrambe le facce della stessa medaglia si intrecciano e si relazionano nel ciclo dell'esistenza, ho guardato a Lei con altri occhi.
A Varanasi, l'antica Benares, c'e`un ghat dove si svolgono i riti della cremazione, il Ghat di Manikarnika (in hindi "ghat" significa scalinata che porta lungo un corso d'acqua): un ammasso di palazzi antichi come l'uomo, l'unico posto che ho visto in India senza un barlume di luce, come una fotografia sbiadita i cui colori sono stati lavati via dal tempo, che qui pare essersi fermato. Un girone dantesco nel buio denso della notte illuminata dai fuochi delle pire.
Ghat di Manikarnika, il ghat delle cremazioni
Morire a Varanasi e`il sogno di tutti i devoti ed e`considerato una benedizione, poiché morire nella città sacra significa ottenere il moksha, la liberazione del ciclo delle reincarnazioni.
I corpi, avvolti in drappi arancioni e gialli e adagiati su lettighe di bambù, vengono trasportati fino al ghat per essere bruciati secondo il rituale induista. Vengono prima bagnati nelle acque sacre del Gange per l'espiazione e la purificazione dei peccati, in seguito vengono posizionati sulle pire intorno alle quali i familiari girano 5 volte, tante quanti sono gli elementi riconosciuti dalla dottrina hindu`: l'etere, l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra. In caso di morte del padre e`il figlio maggiore a condurre il rito, mentre in caso di morte della madre e`il figlio minore. 
Successivamente il corpo, precedentemente cosparso di polvere di sandalo, viene bruciato a partire dalla testa, attingendo al "fuoco eterno", una debole fiammella che si trova in un braciere nell'edificio centrale e che arde dalla notte dei tempi.
Le stoffe vengono divorate dalle fiamme in pochi secondi, scoprendo corpi scuriti dal fuoco e poi solo ossa, che sembrano tronchi spezzati, rami dello stesso mucchio di legna delle pire e poi carboni e poi cenere. 
Ho scoperto quella notte che ci sono due parti del corpo che non bruciano: il bacino delle donne e la gabbia toracica degli uomini, che vengono gettati nel Gange. Un signore mi ha spiegato che sono le parti più forti del corpo umano, il bacino per le gravidanze e i parti, la gabbia toracica per il duro lavoro fisico.
Alla fine della cremazione, il figlio rompe il cranio del defunto, permettendo così all'anima di liberarsi. 
Tutto questo nella pace e nella tranquillità più assoluta. Non ho visto piangere nessuno. Mai. 
Le donne non sono ammesse al rito funebre, proprio perché considerate più emotive. Si crede infatti che il pianto e il turbamento trattengano l'anima sulla terra. 
Solo i bambini, le donne gravide, gli animali sacri, i lebbrosi e i santoni non vengono cremati, ma offerti direttamente alle acque del fiume.
Ho passato una notte seduta sulle scalinate del ghat perché volevo sfidare la mia paura e ho osservato per ore la morte, l'ho vista da vicino e non mi ha turbato. 
Poi ho preso la barca aspettando di vedere l'alba più bella del mondo e il Ghat di Manikarnika visto dall'acqua aveva un aspetto ancora più cupo, avvolto da un'atmosfera oscura e pesante. Sembrava l'Inferno di Dante e il barcaiolo indiano, remando lento sulle acque del Gange lisce come olio alle prime luci del giorno, si trasformava in Caronte, il traghettatore dell'Ade. 
Non ho avuto paura. 
La mia anima era in pace, perché l'India ti riconcilia non solo con la vita, ma anche con la morte.




venerdì 22 luglio 2016

Di due occhi e di tante storie



L'India non ti investe solo con i suoi colori, i suoi odori e i suoi suoni, ma ti regala anche visi, sguardi, umanità variegate che raccontano mille mondi.
Ogni volto ti parla di qualcosa, ti racconta una storia affascinante e a volte basta sedersi in un angolo e guardare la vita che brulica, che scorre, per sentirsi dentro a un film o a un romanzo.
Ho passato molto tempo a osservare, incantata da movenze di corpi nella quotidianità di un mercato, di una piazza, di una via, di una finestra aperta da cui trapela la vita e ogni volta mi sono persa nelle storie della gente, le ho seguite nell'intimità della loro casa e della loro esistenza, immaginando trame e intrecci dagli epiloghi sfumati; cosicché questi personaggi della vita vera, su cui mi piace ricamarci sopra e spennellarli di fantasia, diventano amici inconsapevoli che arricchiscono la mia vita. Gratitudine.
Empatia.
E poi succede che diventi difficile lasciarli, perciò li porto via con me intrappolandoli nella rete delle parole e immortalandoli nei miei occhi e in quello di vetro della macchina fotografica. Per non perderli, perché il tempo non sbiadisca i ricordi.
Ho incontrato l'uomo della foto in un mercato di Jaisalmer, una città fantastica nel deserto del Thar, così gialla e splendente che sembra che il sole abbia riservato solo a lei tutti i suoi raggi dorati.
Era arrivato in città dal deserto insieme alla sua donna e alle sue figlie, probabilmente zingari del Rajasthan, bellissimi nei loro abiti tradizionali. Spiriti liberi.
Nello sguardo il fuoco, nel sorriso la bellezza del mondo.
Quella faccia, quella pelle come mandorla tostata, l'intensità di quegli occhi capaci di scavare dentro all'anima, raccontano più storie di mille libri. Basta saper guardare.

venerdì 15 luglio 2016

Un'intervista

TERESA RACCONTA LA SUA ASIA: DALL’INDIA A TAIWAN, 10 ANNI DI VIAGGI ED ESPERIENZE

written by Gianluca Gotto July 13, 2016
Teresa
L’Asia è da sempre il continente più affascinante per coloro che non amano definirsi turisti ma viaggiatori. Milioni di persone nel mondo sognano per anni di visitare il vero Oriente e quando finalmente ci mettono piede comprendono di non poter più tornare indietro.
Teresa Pisanò è una ragazza italiana che appartiene con orgoglio a questa nutrita schiera: quindici anni fa ha visitato l’Asia per la prima volta (in Cina) e da allora non si è più fermata, vivendo appieno la scoperta di popoli e culture di cui era venuta a conoscenza solo attraverso i libri, divorati sognando ad occhi aperti.
In alcuni paesi è stata una visitatrice curiosa e avida di conoscenza, in altri ha avuto modo di lavorare sfruttando la sua laurea in lingue: ha partecipato alla trasmissione di Rai 1 “Overland” in qualità di interprete e oggi vive a Taiwan, dove insegna l’italiano (ma parla anche il cinese, il francese, l’inglese e il croato).
I dieci anni spesi in Asia sono stati il naturale sfogo di una passione enorme per la cultura di questi luoghi, passione che si è tramutata nel blog Asiamonamour, dove racconta le sue esperienze di vita e i suoi viaggi. Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Teresa.
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Ciao Teresa, benvenuta su Mangia Vivi Viaggia. Raccontaci qualcosa su di te.

Vengo da un paesino del Salento, terra magica di balli e tarantole, di muretti a secco e case bianche senza tetti, di pomodori e di fichi secchi nei giardini delle nonne. Sono cresciuta in un mondo di donne fatto di storie al profumo di menta selvatica e caffè, di uomini in giro per il mondo – o semplicemente in giro – e di racconti che hanno nutrito la mia fantasia fin da bambina.
Sempre affascinata dal diverso e dagli altri mondi che i miei zii mi portavano in casa di ritorno da Paesi lontani, sono sempre stata alla ricerca di storie, di persone speciali con qualcosa da raccontarmi, qualcosa che non sapessi ancora, qualcosa da scoprire e da immaginare per ricamarci sopra la mia fantasia.
Crescendo, la mia voglia di viaggiare, anche fisicamente, non si è attenuata, tutt’altro, è diventata più forte e impellente, così la scelta di studiare lingue è stata ovvia e naturale.
I libri poi, il primo mezzo che mi ha permesso di sorvolare con la mente i luoghi sognati, sono stati di fondamentale importanza nelle scelte della mia vita. Uno tra questi “L’amante”, di Marguerite Duras: una storia d’amore struggente tra la scrittrice francese ragazzina e un uomo cinese molto più grande di lei sullo sfondo di una Saigon anni ’30. E anche una parte della mia storia ha inizio tra queste pagine.

Quanti e quali paesi hai visitato? C’è un luogo in particolare dove hai lasciato il cuore?

Ho visitato India, Indonesia, Singapore, Malesia, Giappone, Cambogia, Thailandia, Vietnam, Cina (ho vissuto 5 anni a Shanghai), Tibet e Xinjiang o Turkestan cinese e Taiwan (vivo a Taipei da 4 anni). Sicuramente l’India occupa un posto particolare nel mio cuore. Da ragazzina divoravo libri di letteratura indiana, incuriosita dai racconti di un’amica di mia nonna assistente di volo che di ritorno dai suoi viaggi veniva a trovarci e portava splendidi oggetti da ogni parte del mondo e racconti variopinti dell’India.
E quando ci sono andata la prima volta, le mie aspettative non sono state tradite. È stato quasi come tornarci, come salutare una vecchia amica che non vedevo da tempo. Così ne ho parlato sul mio blog: “L’India è tutto. L’India è una carezza, ma anche uno schiaffo terribile. È sporca e puzza, ma è anche bellissima e profumata. È l’apoteosi delle contraddizioni. È misera e bugiarda, è corrotta e cattiva, ma è anche immensa e buona. È meravigliosa e commovente. È complessa e contorta”.
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Teresa a Taiwan

Qual è stata l’esperienza di viaggio più intensa che hai provato, quella che sicuramente non dimenticherai?

Un’esperienza unica e indimenticabile è stata la spedizione di “Overland”, programma di Rai 1, a cui ho partecipato in qualità di interprete e guida e che ci ha visto percorrere 16 mila chilometri in jeep lungo la mitica Via della Seta in Cina. Quasi due mesi di guida intorno alla Cina, da Pechino all’estremo ovest del Turkestan cinese (Xinjiang) al confine con il Pakistan attraversando il temibile deserto del Taklamakan, risalendo poi verso nord fino alla città di Altay al confine con Russia e Kazakistan per proseguire a est in Mongolia Interna.
Un viaggio nella Cina più profonda e poco conosciuta che ho avuto modo di scoprire grazie alla troupe di “Overland” e ai permessi speciali rilasciati dal Governo cinese per poter visitare alcuni posti altrimenti inaccessibili al turismo tradizionale. Un’esperienza umana prima che professionale, nella Cina che ho imparato a conoscere e ad amare attraverso i miei libri e a cui ho dedicato la mia vita.

Passando ad aspetti più pratici, come sei finita a Taiwan? La vedi come un punto di arrivo della tua vita oppure come un’altra tappa di transizione?

Dopo cinque anni in Cina, due a Milano, qualche mese in Croazia per perfezionare la lingua croata e poi a Lecce, io e mio marito (croato, appunto), nomade nell’animo come me, abbiamo sentito più forte il richiamo dell’Asia e abbiamo cominciato a cercare un lavoro che ci portasse più a est possibile. Lo ha trovato prima lui, a Taipei. Così siamo partiti alla volta di Taiwan, un’isoletta nell’Oceano Pacifico tra Cina e Filippine e che, sinceramente, non avevamo mai considerato come meta di viaggio. Ma la vita è un’avventura ed è bello lasciarsi sorprendere, così eccoci ancora qui.
Sicuramente Taiwan e`un’altra tappa di transizione, non mi piace pensare a punti di arrivo, sinonimo per me di “fine”. Voglio che tutta la mia vita sia un grande viaggio senza punti di arrivo, se non quelli degli aeroporti o delle stazioni delle città del mondo.

Come si vive a Taiwan? Com’è la tua giornata tipo?

Taiwan è un’isoletta molto tranquilla con la natura rigogliosa tipica del sud est asiatico, il clima subtropicale a nord e tropicale a sud e l’efficienza giapponese, la cui calma viene ogni tanto disturbata da terremoti e tifoni. Anche la mia vita qui è molto tranquilla. La mattina mi sveglio presto e faccio yoga, poi vado a scuola dove insegno l’italiano, esco, vado al cinema, vado in bicicletta per le vie della città e scrivo, leggo e viaggio.
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Dall’alto della tua esperienza decennale, qual è un paese dell’Asia che consiglieresti sempre da visitare?

Ogni Paese dell’Asia ha una sua particolarità e la sua bellezza. L’India con i suoi colori, la sua spiritualità, il profumo di spezie; la Cina con la sua cultura millenaria e la sua umanità variegata fatta di 56 minoranze etniche; il Vietnam con il suo passato coloniale e l’odore di gelsomino d’estate; la Cambogia con la meravigliosa Angkor che ti fa sentire orgoglioso, una volta tanto, di appartenere al genere umano; la Thailandia con i sorrisi della gente, i suoi templi come ricami dorati e la sua natura; il Giappone con la bellezza della sua architettura antica e moderna e il suo cibo delizioso alla vista e al palato; Balicon le sue risaie, gli alberi di frangipane i suoi templi e i suoi tramonti; Singapore con il suo miscuglio culturale e i suoi palazzi futuristici accanto a pagode buddiste, templi induisti e moschee; la Malesia con il suo melting pot di popoli che si riflette nella sua architettura, nella cucina e nell’arte. E potrei andare avanti all’infinito.

Hai passato metà della tua vita adulta in Asia, ma sei nata e cresciuta in Italia. Dall’alto della tua esperienza, cosa credi che possiamo imparare, in quanto occidentali, dal mondo orientale?

Forse potremmo imparare la lentezza e la pazienza degli orientali, l’arte di accettare gli avvenimenti della vita in una maniera più fatalista, la spiritualità indiana o la collettività cinese, per esempio. La nostra cultura occidentale con il benessere materiale enfatizza l’individualismo, mentre la miseria spesso rende le persone più umane ed empatiche, perché è il non avere che porta alla condivisione.
Mi vengono in mente, per esempio, le donne di una minoranza etnica cinese che, non avendo cellulari, computer né tv, erano sedute intorno a un fuoco a raccontarsi e tramandarsi antichi segreti e tradizioni della loro cultura, così come facevano le nostre nonne un tempo. E non è un caso che i popoli più felici siano paradossalmente quelli che possiedono meno.
Dovremmo imparare la gratitudine degli indiani per il sole che sorge o per un tramonto, che ho visto a Varanasi e che noi, così concentrati su noi stessi, non vediamo più. Negli ultimi anni l’interesse occidentale per l’Asia e le discipline orientali è cresciuto, anche perché in un mondo così votato all’Io, alle cose, ai soldi, sentiamo l’esigenza quasi fisiologica di altro, di qualcosa che nutra anche la nostra anima oltre a riempire le nostre tasche e i nostri armadi.
anziano che fa gli origami
Siamo attratti dall’Oriente perché qui esistono e resistono tradizioni millenarie, che avevamo anche noi e che sono state cancellate dalla modernizzazione. Tiziano Terzani diceva: “L’uomo occidentale ha perso le proprie radici spirituali, possiede il mondo esterno e costruisce la bomba atomica ma anche tante cose positive, mentre l’uomo orientale possiede una profonda ricchezza interiore ma, essendo estraneo al mondo esterno, muore di fame, di sete, di malattie”.
Ci vorrebbe equilibrio tra le due cose, uno scambio equo di conoscenze, l’umiltà di capire e riconoscere che la nostra non è l’unica via e che il nostro modello, sempre più copiato anche dall’Oriente, porterà inevitabilmente anche all’oblio di altre culture millenarie in nome del dio denaro. Dobbiamo imparare a non avere paura del Diverso, ma a riconoscere nella diversità una grande ricchezza, indispensabile per migliorare noi stessi e la nostra cultura, conservando ognuno la propria identità.

So che sei una grande amante dei libri: quali sono i tre titoli che non possono mancare nello zaino del viaggiatore che vuole visitare l’Asia?

Ovviamente ce ne sono un’infinità, ma dovendo scegliere direi sicuramente questi tre che parlano di Asia, di Cina, di religioni e politica:
  • Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani. Un viaggio in Asia lungo un anno con tutti i mezzi possibili tranne l’aereo, dando retta alla profezia di un indovino di Hong Kong.
  • Cigni selvatici, di Jung Chang. La storia della Cina attraverso tre generazioni di donne.
  • Il Dio dell’Asia, di Ilaria Maria Sala. Un reportage affascinante alla scoperta dell’animo più profondo dell’Asia attraverso politica e religioni.
street food

Abbiamo parlato di vita e di viaggi, ma per restare fedele al nome del sito non posso che chiederti, in conclusione, qual è il piatto che più hai apprezzato della cucina asiatica.

Essendo abbastanza temeraria, mi piace assaggiare i piatti locali e ho perfino mangiato bruchi e api fritte, meduse e oluturie (comunemente chiamate “cetrioli di mare”), ma da meridionale il peperoncino resta il mio ingrediente preferito, pertanto posso dire di amare profondamente la cucina cinese dello Hunan e del Sichuan, piccantissima e stuzzicante. Adoro anche la cucina indiana, speziata e profumata: il mio regno per un samosa! O anche il Khao Niao Mamuang, un dolce tipico thailandese fatto di riso glutinoso cotto nel latte di cocco e mango fresco. E poi il tofu in tutte le salse, tranne il chou toufu o tofu puzzolente che dir si voglia e il cui nome spiega tutto!
Tutte le foto per gentile concessione di Teresa Pisanò